Il mio percorso di allattamento è iniziato in salita, poi, come spesso accade, le difficoltà dei primi mesi sono state superate scardinando i retaggi culturali di cui cadiamo vittime noi neo-mamme occidentali.
Mai avrei pensato di arrivare a tre anni di allattamento, lo consideravo qualcosa di assolutamente folle, mentre è stato quanto di più naturale potessi mai immaginare.
Allattare un bambino “grande” è fisiologico, contribuisce al suo benessere psico-fisico, ma anche a quello della mamma. Si tratta, attraverso innumerevoli declinazioni, di uno dei maggiori gesti di prevenzione a livello di salute pubblica ed è come tale valorizzato da tutte le più aggiornate health policy (OMS, UNICEF, Ministero della Salute). Ma è anche qualcosa di più: sono occhi che brillano, manine che frugano, dita che si intrecciano a ricci spettinati, baci sulla fronte e caldi abbracci, attimi di relax a fine giornata. Allattare un bambino “grande” è per me la più grande espressione della dicotomia tra la piena autonomia che mia figlia mostra di avere in ogni fase della sua quotidianità, ed il suo cadenzale, anche se con il passar del tempo sempre più diradato, bisogno di tornare al nido, percependo la sicurezza che solo il latte della mamma le sa dare in questo momento della sua vita. E osservare questa polarizzazione è stato uno degli aspetti più sorprendenti della mia maternità.
Alice, mamma di Gaia (3 anni)

